IL BRESCIA SEMPRE PIÙ IN BASSO ANCHE NELLA… COPPA LOMBARDIA

Dal quarto posto regionale al settimo. E dopo Atalanta, Monza, Cremonese e Como anche il Lecco ora “minaccia” le Rondinelle

Brescia. C’era una volta una squadra che viveva nella precarietà. Sotto la presidenza del signor Gino durata poco più di un ventennio questa squadra riuscì a disputare in serie A il 40 % dei campionati giocati. Ogni 10 anni ben 6 li disputava in serie B. La Lombardia era capitanata da Milan e Inter, inavvicinabili per blasone e risorse. L’Atalanta, pur a volte in maniera discutibile, si era ormai seduta al terzo gradino del podio, condizione che comunque partiva da lontano. La squadra del signor Gino, tra alti e bassi era ormai attestata come quarta forza della regione. Un anno c’era, l’anno dopo no, quello successivo riemergeva ancora, e via dicendo.
Un bel giorno dopo arrivò un uomo che reputò non consono quel piazzamento e promise di toglierci per sempre dalla quarta piazza.
Detto-fatto, in men che non si dica, a sette anni di distanza la promessa è stata mantenuta. Il quarto posto regionale non ci appartiene più. Lontano, quasi inavvicinabile. Se anni fa prendevamo come spunto di riferimento il “sistema” Atalanta, oggi guardiamo con invidia alla Cremonese. I grigiorossi ci hanno scavalcato di netto nelle gerarchie, per competizione della rosa e nei risultati. È arrivato poi il Monza, favorito dalle possibilità economiche, ma che comunque negli anni di B sul campo ne schierava 11 esattamente come noi. Negli ultimi due anni anche il risorto Como ci ha messi alle spalle. Il Lecco ci ha ormai raggiunto, alla faccia dell’inesperienza. E l’unica che abbiamo attualmente alle spalle è venuta al Rigamonti a darci lezione di fòbal.
Da due anni ci festeggiano tutti in faccia. Ci cancellano dal campo. Riusciamo a gioire per i pareggi in casa al 90’ con squadre di poco valore. E fondamentalmente non ci divertiamo più, ogni gara è un’agonia.
Attualmente, i processi di adeguamento promessi ci hanno piazzato in maniera stabile tra il settimo e il nono posto settoriale. Facevamo un anno di serie A ogni 2,5 anni giocati, ora ci siamo attestati a un anno su 7, che si apprestano a diventare 8.
Quando eravamo mediocri, nessuno ci prendeva per i fondelli, anzi creavamo parecchia ansia e più d’una volta abbiamo tirato brutti scherzi a Golia. Eravamo temuti e rispettati. 
Quando eravamo mediocri schieravamo in formazione elementi saliti sul trono del mondo e palloni d’oro. Ci giocavamo l’ingresso in Europa con Paris San Germain e Villarreal. Persino le amichevoli e i tornei ci vedevano affrontare formazioni europee di tutto rispetto come Barcellona il Bayenr Monaco, il City, Werder Brema, AEK Atene , ecc. davanti a un pubblico, non sfide con squadre di terza fascia a porte chiuse.
Siamo un popolo che ha fatto del lavoro l’unica vera arma del proprio sviluppo. Ci urta veder rifiutare giocatori solo perché il cognome evoca colori nefasti oppure captare tensioni riferite ad altri calciatori perché la loro autovettura non ha le credenziali per parcheggiare di fianco ai colleghi. 
Non è che la marea di tifosi biancoblu non capisca queste colorite dinamiche.  È proprio il contrario; le capisce benissimo e sa quanto oggettivamente siano inutili. Siamo tutti perfettamente a conoscenza di quanta negatività si sviluppi attorno a un progetto di crescita che deve forzatamente appoggiarsi a pratiche mistiche se non addirittura paranormali, come se Dio avesse motivazioni valide per schierarsi dalla parte di quest’uomo e la sua squadra a danno dell’avversario, che invece solitamente davanti all’altissimo, dicono le antiche scritture, è ritenuto uguale. Bisogna riuscire a far capire a quest’uomo che i modesti risultati del passato sono giunti con dinamiche normali nel mondo del pallone e che questi riti propiziatori hanno già ampiamente dimostrato di non funzionare proprio così bene. Ci piacerebbe scoprire che tutto questo ha un senso. Una speranza che dia anche a noi la possibilità di aggrapparci alla fede perché se è vero che “gli ultimi saranno i primi”, con questo trend tra non molto avremo la squadra che abbiamo sempre desiderato.
La preghiera la facciamo noi. Sperando che le nostre parole arrivino dritte al cuore di chi ci deve riportare al più presto nella mediocrità, togliendoci dal filo del burrone sul quale siamo stati messi in piedi con lo sguardo nel vuoto.
Guido Franchi