Brescia. L’amore dei tifosi bresciani per la loro squadra del cuore è come il Klondike per Zio Paperone: una vena aurifera che non si esaurisce mai. L’età dell’oro è lontana per chi nell’estate del 2017 aveva davvero creduto (e noi tra questi) che l’avvento di MC avrebbe portato “un business personale coincidente con le vostre grandi soddisfazioni”. Ma sta tornando l’entusiasmo e ce n’è di estremo bisogno.
La squadra costruita in questo mercato estivo non sembra attrezzata, almeno sulla carta, per puntare a un campionato di vertice (quindi a quella serie A che il personaggio di cui sopra aveva indicato come terra promessa e con una certa continuità di frequentazione al popolo biancoazzurro), ma è comunque decisamente più competitiva di quella di un anno fa. E per adesso tanto basta.
Certo c’è qualcosa di diabolico, in questa perseveranza dell’errore, nell’ottusità elevata a regola di non voler acquistare un nuovo portiere e almeno un nuovo centrale di difesa. Il Brescia è stata la squadra che ha subito più gol di tutti nella scorsa stagione, al netto del teorema che non è solo la difesa bensì l’intera fase difensiva colpevole quando accade questo, perchè riproporre gli stessi numeri uno e gli stessi stopper. Perchè?
Per il resto invece si può essere soddisfatti. Sono stati messi alla porta una decina di giocatori, ne sono arrivati sette più i Primavera tra i quali ha subito spiccato la piacevole sorpresa Fogliata. La rivoluzione necessaria dopo una retrocessione sul campo è stata fatta. Tra i nuovi ce ne sono di veramente bravi. Vi avevamo segnalato subito Borrelli e ci fa piacere che al debutto abbia già mostrato alcune skills importanti delle quali è dotato: mirare l’angolino di testa è segno di grande qualità poi se prendi il palo ci sta, la giocata partendo spalle alla porta a metà campo, lasciando sul posto l’avversario e partendo in transizione, è stata da Master Class dei centravanti. Moncini e Dickmann sono giocatori di categoria che regalano fiducia, Bjarnason ha dimostrato di essere ancora in buona forma a 35 anni (grande professionista l’islandese), Fares è un indiscutibile crack se recupera la condizione, Besaggio un giovane interessante tutto da scoprire e Paghera è orgoglio bresciano, l’uomo che porta grinta e senso di appartenenza come se in campo ci fosse un tifoso, non è un fine dicitore, ma è quella scatoletta di tonno in fondo alla credenza sulla quale sai di poter sempre contare.
Bisogna dire grazie a Bisoli, capitano mio capitano, per aver rinunciato a un ricco triennale a Palermo: in un calcio senza più valori, esistono ancora le eccezioni. Gli altri rimasti hanno una seconda chance per cancellare lo scempio della scorsa stagione. Non salviamo nessuno, tranne appunto l’uomo con la fascia sul braccio, per quanto accaduto nei mesi passati e che Brescia non dimenticherà tanto facilmente. Si facciano perdonare.
La squadra ha tutto per un campionato tranquillo. Di più: per diventare la mina vagante della serie B, per togliersi e regalare quindi ai tifosi belle soddisfazioni. Poi resta purtroppo però la solita incognita. Quella di colui che vive di scaramanzie, di superstizioni da calcio anni ‘70, dei rosari in tribuna, delle lacrime avvelenate e, inutile nasconderlo, delle ingerenze tecniche, delle tensioni, della strategia del terrore con la convinzione che sia quella vincente nonostante i risultati sul campo dovrebbero avergli insegnato che così non è. Dicono che chi non è mai cambiato fino a una certa età, difficilmente lo farà dall’oggi al domani. Attorno a questo uomo-incognita gravitano però anche dirigenti che dovrebbero avere il compito di tenerlo a bada, di fargli capire che l’autolesionismo è il primo nemico suo e della squadra. Dirigenti che non devono limitarsi a ritirare lo stipendio alla fine del mese, a dire sempre “signorsì signor Comandante”. Se davvero vogliono il bene del Brescia.























