VIVIANI E PAGHERA, SI VIENE E SI VA

Le sliding doors di un centrocampista di talento mai entrato in feeling con la piazza di Brescia e il ritorno a casa di un prodotto del vivaio biancoazzurro che porta in squadra senso di appartenenza e attaccamento alla maglia come un tifoso

Brescia. Il calcio è un mondo che vive anche di porte girevole. Le famose sliding doors. Nello scambio che si è finalmente concretizzato con la Ternana, ci sono le storie, il percorso, il destino, tutt’altro che banali, di Federico Viviani e Fabrizio Paghera. Il primo fu lungamente inseguito dal Brescia, da almeno un paio d’anni, ma quando l’estate scorsa Cellino riuscì a metterlo sotto contratto una volta aperto il pacco il presidente biancoazzurro si accorse che non era ciò che aveva ordinato. O quantomeno immaginato.

Un amore mai nato. Viviani è arrivato un’estate fa dalla Spal reduce da un intervento alla caviglia e una condizione fisica approssimativa. Quando però toccava il pallone o calciava le punizioni, specialità della casa, si vedeva che in quel piede destro c’era qualcosa di diverso da tutti gli altri. Clotet, che l’aveva conosciuto bene l’anno prima a Ferrara, si è fidato a scatola chiusa e l’ha messo subito in campo, ma le prestazioni sono state deludenti. Era pronto anche a farlo convivere con Van de Looi, come alla Spal era successo con Salvatore Esposito, ma Viviani non era pronto. Lo staff ha quindi provato a metterlo nelle migliori condizioni, studiando una serie di allenamenti personalizzati per il nativo di Lecco, nel frattempo messo fuori dalle partite del fine settimana. Sei presenze nei primi due mesi. A novembre è stato rimesso in squadra. Altre otto presenze. Ma il rendimento è rimasto al di sotto dello standard: in totale 14 presenze con la V sul petto, zero gol e zero assist. Spazientito, Cellino a gennaio l’ha messo fuori lista prendendo il brasiliano Adryan come grimaldello per avere la chiave con cui chiudere fuori da Torbole Federico Viviani. E non in senso figurato. Inizialmente a colui che ai tempi della Roma venne assegnata l’etichetta di “nuovo De Rossi” fu vietato proprio l’ingresso al Centro Sportivo. Poi per regolamento gli venne concesso di allenarsi a parte. Iniziata la stagione 2023-24, e rimasto in rosa con altri due anni di contratto a 350.000 euro netti a stagione, il Brescia aveva dato l’idea di voler provare a recuperare Federico Viviani. Il giorno del raduno, Castagnini gli disse: “Se ci fai vedere che hai ancora voglia di correre puoi tornarci utile”. Qualche lampo nelle amichevoli, soprattutto sui calci piazzati, non è bastato e l’avventura di Viviani al Brescia si è definitivamente chiusa. Forse a Terni ritroverà lo smalto di un tempo, forse no. Ma non è più una domanda che è lecito farsi a Brescia. Il fatto che non sia più un separato in casa alla fine è meglio per tutti.

Un amore per sempre. L’addio di Viviani coincide con il ritorno di Fabrizio Paghera. Il roncadellese – che chi scrive ribattezzò in una radiocronaca “la baby pantera” per l’assonanza con il cognome e la grinta che il ragazzino metteva in campo le prime volte che indossò la maglia biancoazzurra, un soprannome che lui stesso ha adottato nel corso degli anni e che anche in altre città è servito a giornalisti e tifosi per ribattezzarlo – a 31 anni può chiudere quel cerchio che aveva dovuto lasciare aperto quando nel gennaio del 2012 gli venne detto, dall’allora direttore sportivo Andrea Iaconi, la frase che mai avrebbe voluto sentire: “Per te qui non c’è più posto”. Una mazzata per un ragazzo di 20 anni, che a 17 aveva esordito in serie B con la squadra per la quale faceva il tifo da sempre. Un esordio in un momento difficilissimo. Il Brescia di Beppe Iachini, partito con il chiaro obiettivo della promozione, navigava nelle zone basse della classifica e anche l’allenatore ascolano, che aveva preso il posto di Cavasin, non era riuscito a dare la svolta. Iachini vide Paghera in una partita della Primavera e non si fece problemi a convocarlo per qualche allenamento e buttarlo nella mischia. La risposta di “Pagherino” fu commovente: prese in mano il centrocampo biancoazzurro come se non avesse mai fatto altro nella vita. A gennaio poi arrivarono Budel e Cordova (innesti fondamentali per ottenere il salto di categoria) e lo spazio per il roncadellese divenne limitato. Con il Brescia in A, accettò di andare in prestito a Verona in C dove vinse il campionato e dopo la solita, immediata, retrocessione delle Rondinelle tornò nell’anno zero. Quello in cui non c’erano soldi e si doveva fare la squadra con i rientri dai prestiti. Nonostante questa penuria, con Scienza in panchina le cose sembravano funzionare a meraviglia e quel Brescia, nel quale anche Paghera ebbe parte attiva, dopo otto giornate fu ribattezzato il “Piccolo Barcellona”. La magia però durò poco e la carrozza ritornò zucca: via Scienza per Calori e nel mercato di gennaio la rivoluzione dove ne fece le spese anche Fabrizio, ceduto al Lanciano. L’anno dopo alla prima giornata, Paghera tornò da avversario con gli abruzzesi e segnò al Rigamonti andando ad esultare sotto la tribuna dove indicando il nome che aveva sulla maglia. Chiaro riferimento ad Andrea Iaconi e chi l’aveva messo nelle condizioni di dover fare le valigie. Ma certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano. Dopo aver indossato anche le maglia di Avellino, Pro Vercelli e Ternana e aver sempre tifato Brescia da casa o allo stadio (il Primo giugno nel match con il Cosenza era in Curva Nord a tifare) per Fabrizio Paghera è ora di tornare a casa. E chissà se l’emozione sarà la stessa di quel giorno quando gli facemmo la prima intervista e la sua prima risposta fu: “Mi sembra tutto così incredibile. Io ero abituato a vedere le partite del Brescia dalla Curva e queste interviste sul mio televisore a casa. Adesso invece sono qui, sono io quello che gioca a viene intervistato…”. Bentornato “baby pantera”. C’è ancora grande bisogno di quella grinta e di quel senso di appartenenza che in una squadra non dovrebbe mai mancare.