Fu suo giocatore a Catanzaro, Bologna ad Ascoli poi entrò nello staff tecnico delle Rondinelle: “Ero il suo braccio armato, incarnavo lo spirito battagliero che gli piaceva tanto”
Ascoli Piceno. Enrico Nicolini è stato uno dei fedelissimi di Carlo Mazzone. Infatti, dopo averlo avuto da giocatore a Catanzaro, Bologna ed Ascoli lo volle come collaboratore tecnico negli anni di Brescia. Anche lui presente alle esequie ha ricordato il mister con anche un pizzico di ironia definendolo come un incubo per gli arbitri.
Che ricordo ha di mister Mazzone?
«Abbiamo condiviso dei momenti esaltanti della nostra carriera, lui da allenatore e io da collaboratore tecnico. Era un grande uomo e tutti lo ricordano come tale».
C’è magari una battuta che ricorda in particolare?
«Ce ne sarebbe una, ma non si può ricordare (sorride, ndr). Era un vulcano di frasi: ad esempio quando salivamo le scale dal tunnel degli spogliatoi verso il campo lui seguiva la terna arbitrale dicendogli “aho, garantitece almeno il 49%”, come per dire che eravamo l’Ascoli, un po’ poverelli, ma chiedevamo lo stesso che non ci fregassero tutta la torta. Aveva un modo tutto suo di parlare, di agire; ripeto, lascia un vuoto incolmabile».
Quando arrivasti a Brescia gli eri grato, perchè raccontasti che il calcio si era un po’ dimenticato di te…
«Con lui c’era sempre una porta aperta, perché tra noi c’era un legame fortissimo, sia professionale sia umano. Siamo sempre stati allineati su tantissime cose, ero un po’ il suo braccio armato perché incarnavo il suo spirito battagliero e grintoso che non voleva mai perdere, neanche con avversari più forti. Ciò ha fatto sì che il nostro legame si perpetrasse nel tempo: siamo stati assieme nove anni, con quattro squadre diverse e questo penso basti a testimoniare l’affetto che c’era tra noi due».
Ti ricordi un episodio particolare qui a Brescia con Mazzone, oltre alla famosa corsa?
«Quando avvertiva che nello spogliatoio ci fosse troppa tranquillità, chiamava me e Menichini e ci diceva “tiriamo un po’ su la tensione”, cominciando poi ad inveire contro qualcuno in quel momento incolpevole. Il malcapitato diceva “basta” e in quel momento si incominciava a caricare l’ambiente. Da quel punto di vista, era un mago».























