L’ex portiere ed ex allenatore delle giovanili del Brescia ha lasciato il club biancoazzurro dopo diciassette anni: “Ricordi fantastici. La promozione, il record d’imbattibilità, la parata su Gasbarroni nella finale playoff, il match col Trapani… Complicato da gestire il ballottaggio Andrenacci-Lezzerini, in porta serve una gerarchia”
Mantova. Michele Arcari, dopo diciassette anni trascorsi con il Brescia, prima da giocatore e poi da preparatore dei portieri del settore giovanile, ha deciso di seguire Davide Possanzini nella sua nuova avventura da allenatore del Mantova e per entrambi i protagonisti della promozione del 2010 delle Rondinelle sabato ci sarà la sfida contro il loro passato. In esclusiva per Bresciaingol.com il nostro direttore Cristiano Tognoli ha allora intervistato il recordman di imbattibilità della storia del Brescia.
Forse nessuno nella storia biancazzurra ha mai totalizzato diciassette stagioni consecutive sempre con gli stessi colori…
«Sì. Un tempo davvero lungo, che per me è volato, perché sono sempre stato benissimo a Brescia. Sono tornato ad essere giocatore, dopo aver pensato che la mia storia calcistica fosse finita, arrivando a Brescia in silenzio e guadagnandomi i gradi sul campo. Ho fatto undici stagioni da giocatore e sei da allenatore del settore giovanile, con qualche avventura in prima squadra, per poi chiudere la mia esperienza bresciana lo scorso giugno».
Arrivi da secondo, talvolta scali anche a terzo portiere, poi diventi il titolare nell’anno della promozione. Inoltre, hai anche battuto il record di imbattibilità di Giuseppe Perucchetti. Qualche soddisfazione te la sei tolta con la maglia del Brescia…
«Mentre porgevi la domanda, mi sono venuti i brividi. Non ci ho mai voluto pensare, perché sono stati anni davvero emozionanti. Ricordo la chiamata che mi fece Giacomo Violini, che non finirò mai di ringraziare per quello che ha fatto per me, in cui mi disse “guarda, mi serve un portiere come te, con Viviani infortunato e Agliardi con qualche problemino, che nel momento del bisogno ci sia” e da lì è nato tutto, anche grazie ai miei compagni, tra cui proprio Davide Possanzini, che è stato mio capitano. Il rapporto è finito ma Brescia resterà per sempre nel mio cuore».
C’è una parata che ti è rimasta particolarmente a cuore?
«Sicuramente quella in finale playoff con il Torino su Gasbarroni: subito dopo l’arbitro ha fischiato la fine della partita. Venivamo da due playoff persi, uno in semifinale e l’altro in finale, avevamo perso a Padova la possibilità di andare in serie A direttamente; sembrava una maledizione, ma quando ho fatto quella parata per pochi secondi non ho capito più nulla, poi è esplosa la gioia; ricordo sicuramente la corsa sotto la Curva, poi più nulla (ride, ndr)».
Si può dire che il Brescia sia stata la tua nazionale?
«È stato l’apice della mia carriera, dopo periodi travagliati, anche per cause non mie: ho vissuto ad esempio il fallimento del Lecco, che anche oggi ha problemi. Mi sono trovato ai primi di agosto senza squadra e sono ripartito a ventisei anni da Pizzighettone; mai avrei pensato di poter raggiungere i risultati che ho raggiunto».
La tua ultima gara da calciatore è stata Brescia-Trapani 2-1, in cui il Brescia si giocava tutto…
«Ci giocavamo tutto, mille emozioni durante quella partita. Sospettavo che sarebbe stata l’ultima, ma dentro di me credevo che avrei potuto giocare ancora. Poi, per mille motivi ciò non è successo e abbiamo trovato l’accordo affinché io smettessi ma rimanessi a Brescia con un altro ruolo».
Che anni sono stati a lavorare per il Brescia da allenatore?
«Cominciare nel settore giovanile è un’esperienza che chiunque voglia fare il mio mestiere dovrebbe fare, perché ti permette un piccolo margine di errore avendo a che fare con il futuro del nostro calcio. Mi è servito tanto, ho fatto un paio di “sortite” in prima squadra prima con Pulga e poi con Grosso, ma sono rimasto tanti anni in Primavera con tanti allenatori diversi, prima Pavese, poi Aragolaza, per finire con Possa e Nicolini e penso di aver instaurato un buonissimo rapporto con tutti, ma soprattutto con i ragazzi, che quando sono andato mi hanno scritto dei messaggi bellissimi: vuol dire che qualcosa di importante gli ho lasciato».
Ti sei mai chiesto perché non sei diventato in pianta stabile preparatore dei portieri della prima squadra?
«Domanda che non avresti dovuto fare a me (ride, ndr). C’è da dire però che davanti a me avevo un ottimo professionista come Vitrani, che ha sempre fatto il suo lavoro. Io ho sempre dato tutto, sia in serie A, sia con i ragazzi della Primavera».
A Brescia, in questo momento, non tira una buona aria, nonostante la probabilissima riammissione…
«Sì. La tensione si sente e fa male, perché è una piazza che merita serenità e risultati migliori. Penso che anche la squadra faccia fatica ad esprimersi al meglio con vicende così complicate da gestire. I giocatori sono esseri umani e meglio stanno nel posto di lavoro, meglio si esprimono. Questa è la mia idea».
La tensione però viene anche da dentro, come ci aveva raccontato Davide Possanzini in un’altra intervista: lui chiedeva solamente di potersi confrontare con la proprietà, in un ambiente più sereno e senza tutta la tensione che ormai contraddistingue l’ambiente facendo il male del Brescia. Sei d’accordo?
«Ciò che ha vissuto Davide io l’ho seguito solo di sponda, però il rapporto che abbiamo noi due è quasi fraterno, quindi so cosa avrebbe voluto fare per il Brescia. Io la penso come lui: quando crei un ambiente sereno e propositivo, è difficile che i risultati non arrivino se hai le qualità dei giocatori. L’ho vissuto da giocatore e ora lo sto vivendo nella mia esperienza da allenatore».
C’è però entusiasmo a Mantova, con quasi 2000 abbonati, e l’entusiasmo può davvero fare la differenza…
«Siamo stupiti, perché fino ad un mese fa non sapevamo neanche in che categoria avremmo giocato. C’è un entusiasmo incredibile, sia nei giocatori sia nell’ambiente esterno. Ora, paradossalmente, dobbiamo cercare di tenere i piedi per terra, consci da dove siamo venuti, ovvero da una riammissione e una ripartenza da zero».
Sabato affronterete il Brescia, che non ha ancora fatto acquisti, se non Bjarnason che farà un po’ da “chioccia”. Non pensi, anche da tifoso, che sia il caso che inizi a muoversi il mercato?
«Sì, è il caso, anche se probabilmente c’è una strategia dietro e si aspetta l’ufficialità della riammissione. È difficile in questo momento valutare la rosa del Brescia, perché come dici tu ci sono i proverbiali “lavori in corso”. La buona notizia è la permanenza di Bisoli: gli ho scritto anche qualche messaggio, per complimentarmi di come sta gestendo il ruolo di capitano del Brescia in una situazione difficile. Sono felice che l’anno prossimo a rivestire il ruolo sarà ancora lui».
Cosa ne pensi della situazione portieri in casa Brescia? I ballottaggi, per chi fa il portiere, non fanno benissimo…
«Sono complicati da gestire. Il portiere è un ruolo particolare, in cui una gerarchia c’è. Conosco molto bene Andrenacci, meno Lezzerini, ma so che quest’ultimo, l’anno scorso quando è stato fuori, è stato molto corretto e ha dato una grossa mano. Sono due ottimi professionisti, poi starà all’allenatore decidere le gerarchie».
Come ti senti di salutare i lettori del nostro quotidiano?
«Volevo fare un post sui social, ma non sono abbastanza social e mi sembrava un po’ una ruffianata. Difficile dire cosa è stato Brescia per me in questi diciassette anni, sono stati tantissimi in una squadra che mi ha quasi adottato. In vista di sabato provo una forte emozione, non ho ancora pensato a cosa sarà affrontare il Brescia».
Magari un giorno tornerai…
«Il calcio è strano. Non si può mai dire. Adesso devo ancora metabolizzare di non essere più a Brescia, magari un giorno tornerò con Davide, a cui mi lega un rapporto splendido; ho grande stima in quel che fa».























