Brescia. Tutto è bene quel che finisce bene. Ci vorrà ancora un po’ di tempo per ufficializzare il tutto, ma il Brescia, a meno di clamorosi colpi di scena, è di nuovo in serie B. Ora però viene il difficile, che sarebbe il facile e il bello per chiunque lavori nel mondo del calcio, ma non per Massimo Cellino, che infila successi come nessuno nei tribunali, ma ben pochi sul campo: costruire la nuova stagione della sua squadra, visto che, fino a prova contraria e nonostante le dichiarazioni di apparente disimpegno a cui siamo purtroppo abituati, ne è ancora il proprietario.
Flashback. L’anno scorso Massimo Cellino, prima della partenza per il ritiro di Ronzone, fece una conferenza stampa di inizio stagione, in cui si presentò con il “vestito migliore”: autocritico, umile e con persino la battuta pronta. Il giorno della seconda amichevole contro la rappresentativa locale in Trentino, addirittura offrì un giro di birre ad un gruppo di tifosi ivi presenti. Scene lunari se si pensa al presente, con un presidente che non si esprime se non tramite WhatsApp e che quando lo fa pubblicamente lascia solamente interdetti i commentatori, nel tentativo di interpretare i pensieri in libertà presidenziali; tutto ciò dovrebbe farlo riflettere sul patrimonio di credibilità e stima andato perduto per scelte inutili e alla lunga controproducenti. Nonostante, infatti, non fossero mai venute meno le mancanze di rispetto, le sessioni di mercato gettate al vento, gli esoneri scriteriati e i risultati nemmeno troppo soddisfacenti eravamo ancora, qualche mese fa, disposti a credere ad un Massimo Cellino “cambiato”. Invece è tutto andato perduto, come lacrime nella pioggia, con l’aggravante della retrocessione in serie C maturata sul campo.
Il presente. Al presidente del Brescia Calcio, tifosi e pubblica opinione chiedono solamente chiarezza sul futuro della squadra della città. Ma, a ben pensarci, tutto è abbastanza lampante: Massimo Cellino non vuole vendere il Brescia Calcio. E sicuramente, anche se un giorno (magari domani: “del doman non v’è certezza”, scriveva infatti Lorenzo de Medici) dovesse decidere di farlo, non è disposto, nella sua ottica di idee, “a svenderlo”. Infine, se mai un giorno dovesse per davvero iniziare una trattativa per la vendita societaria, l’interessato dovrebbe esser dotato non solo di molto denaro e sana passione, ma anche di tanta pazienza, visto che il Lider Maximo è uno che negli affari si fa pagare anche i mobili della sede societaria (come già fatto nella trattativa con Tommaso Giulini per la cessione del Cagliari).
Dunque, che si fa? Al contrario di quanto ha sostenuto la scorsa settimana all’uscita del tribunale, il futuro del Brescia è affare di Massimo Cellino, che continuerà, volenti o nolenti, imperterrito il suo business in città (peraltro sempre fiorente, visti anche i soldi totalmente insperati, data la fede milanista del calciatore, incassati dalla vendita di Tonali al Newcastle). Siccome poi abbiamo tutti capito che, al contrario di quanto sosteneva, il suo business non coincide necessariamente con i risultati sportivi, se desidera guadagnare di più (perché questo vuole), di più deve spendere. Banalmente, chi più spende meno spende. Ma non solo ci sarebbe da metter mani al portafogli; bisognerebbe infatti farlo con criterio, nel tentativo di provare a ricostruire una credibilità non tanto con i tifosi, che difficilmente potrebbero tornare indietro sui loro passi se non momentaneamente, deponendo l’ascia di guerra per sostenere la squadra (come peraltro sempre fatto senza mai tracimare, se non dopo il gol del pareggio cosentino nel ritorno dei playout), quanto con lo stesso mondo del calcio. Perché non devono ingannare gli alibi diffusi a mezzo stampa: Sibilli, nel gennaio scorso, non è giunto a Brescia non per la classifica deficitaria delle Rondinelle o per il fato avverso, ma perché certamente avrà parlato in spogliatoio con i vari Torregrossa, Moreo e Tramoni, compagni di squadra al Pisa ed ex Brescia, ricavandone le ovvie conclusioni e allo stesso modo se Silvio Baldini non è voluto venire ad allenare, non è stato per l’incertezza sulla categoria, ma solo per le perplessità (per usare un eufemismo) riguardanti la metodologia di lavoro di Massimo Cellino. Nel mondo del calcio si parla ed è sorprendente che una persona che fa calcio da trent’anni non lo sappia, o finga di non saperlo: non si è sempre il meglio fico del bigoncio.
In concreto. Nonostante altre testate riportino i dubbi presidenziali su Daniele Gastaldello, dopo che per settimane colui che l’ha lanciato sulla panchina biancazzurra si era speso per trattenerlo, la sensazione è che si ripartirà in panchina proprio dall’ex centrale padovano. A questo punto anche per mancanza di alternative, fatte sfumare proprio dallo stesso patron biancazzurro. E a proposito di possibilità saltate, anche Florian Ayè non farà ritorno in Francia e anzi si parla di possibilità di rinnovo di contratto. Rodriguez, Björkengren e Listkowski inoltre torneranno a Lecce e l’esperienza di Karacic e Labojiko in maglia Brescia, a meno dei soliti colpi di scena modello Ndoj (che firmò il rinnovo di contratto prima di partire per il ritiro trentino dell’anno scorso), è conclusa. Considerando l’ultima gara della scorsa stagione, mancano dunque già cinque titolari che andranno rimpiazzati, in qualche modo. Poi ci sarebbe un attacco da rifondare, perché i numeri della scorsa stagione sono stati deficitari e, a logica, andrebbe ripensata anche la retroguardia, la peggiore per gol subiti; invece, si ripartirà molto probabilmente da Luca Lezzerini, molto incerto lungo tutta la prima metà di campionato, nella speranza che abbia risolto i suoi problemi fisici. Poi ci sarebbero da gestire anche gli “esuberi” e i loro ingaggi, anche se è ingeneroso considerarli tali, visto che di chance per smentire la definizione di cui sopra non ne hanno praticamente mai avute, ma lasciamo stare. Una consapevolezza già c’è: fare peggio dell’anno scorso sarà impossibile. Ma i dubbi sono tanti lo stesso. È ancora il tempo di Massimo Cellino? È la scelta giusta dare una seconda chance ad una rosa e ad un progetto respinti all’esame del campo? Si può cambiare a sessantasei anni (67 a fine mese), affidandosi magari a persone come Renzo Castagnini che di calcio ne sanno e non ai pareri di un comandante di Polizia Locale in “licenza” prestato al pallone? Non è mai troppo tardi, come ci ha insegnato il maestro Manzi (seppur in tutt’altro ambito), oppure è finita?























