La storia di Davide Possanzini, ex capitano e giocatore tra i più amati dai tifosi del Brescia. Nelle vesti di allenatore il suo cammino si è intrecciato a doppio filo con Roberto de Zerbi e con il Brescia: secondo dell’attuale tecnico del Brighton per sette stagioni, lanciato da mister degli allievi proprio in biancazzurro, ora la prima panchina da “solista” tra i professionisti nella città che ha riportato in serie A nel 2010
Brescia. Il 28 giugno dello scorso anno, giorno della sua presentazione come nuovo tecnico della squadra Primavera, fu chiaro: infatti, alla domanda se si sentisse pronto ad allenare anche una prima squadra, le parole del neotecnico delle Rondinelle furono: “ho accumulato tanta esperienza, per il prosieguo sono pronto ad ogni cosa”. Davide Possanzini non si aspettava certamente che il suo futuro potesse diventare presente nel giro di pochi mesi; ma ora, per lui che per il Brescia è stato quasi tutto (calciatore, capitano, allenatore delle giovanili), giunge il compito più difficile: salvare la prima squadra dall’onta della retrocessione. Da allenatore, si intende.
I primi anni. Davide Possanzini nasce a Loreto il 9 febbraio del 1976. Cresce calcisticamente nel Torino, con cui vince il Torneo di Viareggio del 1995 in finale contro la Fiorentina. Nel 1996 gioca al Lecco, dove incontra Elio Gustinetti, allenatore che ritroverà poi qualche anno dopo sia alla Reggina sia soprattutto all’Albinoleffe. Dopo un paio di stagioni a Varese in comproprietà si trasferisce infatti in Calabria, formando insieme a Fabio Artico la coppia gol (24 marcature totali tra i due) che condurrà per la prima volta la squadra dello Stretto in serie A. Riesce a segnare poi al suo debutto contro l’Inter e paradossalmente, questo resterà il suo unico gol in carriera nella massima serie. A gennaio del 2001 viene ceduto a Genova, sponda Samp, ove gioca una stagione e mezzo senza particolare fortuna; decide allora di cercare il rilancio, prima al Catania, ma poi soprattutto a Bergamo con l’Albinoleffe, ove mette a segno diciannove gol in una stagione e mezzo, prima di essere ceduto al Palermo in serie A: ma anche in questo caso l’avventura dura poco, perché nella sua seconda gara nella massima serie in Rosanero si procura un infortunio al menisco, concludendo anzitempo la stagione.
L’inizio di una storia. Il primo luglio del 2005, nell’operazione che porta Andrea Caracciolo a vestire la maglia del Palermo, Davide Possanzini arriva a Brescia e nella prima partita ufficiale, sul campo della Pro Sesto in Coppa Italia (debutto menzionato sempre nella conferenza stampa di cui sopra), va subito in gol, ripetendosi poi la settimana successiva al “Comunale” di Arezzo. Il primo gol in campionato arriverà alla quarta giornata contro l’Avellino al “Partenio”, gara che terminerà sul punteggio di 5-2 per le Rondinelle. Il 24 novembre invece Possanzini firma con un colpo di testa sotto la neve quella che è, ad oggi, l’ultima vittoria (1-0 il risultato finale) delle Rondinelle contro l’Atalanta. Quell’anno l’intesa con Salvatore Bruno è ottima e i due concluderanno l’anno con 24 gol segnati complessivamente (13 l’attaccante campano e 11 “Possa”) ma la squadra, per il famigerato cambio Maran-Zeman, manca la qualificazione ai playoff. Per l’anno successivo Bruno viene ceduto e il nuovo partner d’attacco per “Re David” (divenuto capitano della squadra) è Matteo Serafini: i due, nonostante un anno estremamente prolifico per entrambi (sempre 24 gol complessivi, 11 Serafini e 13 Possanzini) non riescono ad impedire il non svolgimento dei playoff, con la relativa promozione in serie A di Juventus, Napoli e Genoa. Per il 2007-2008 c’è un nuovo partner d’attacco per il Possa: a gennaio torna infatti Andrea Caracciolo e sarà proprio questa coppia d’attacco a riportare il Brescia in serie A, ma andiamo con ordine. La stagione menzionata è la più prolifica in carriera per la punta di Loreto, con sedici gol e l’anno successivo è un punto di svolta per la carriera dell’attaccante, che il 29 gennaio 2009 subisce un’ingiusta squalifica di un anno per un controllo antidoping mancato insieme all’ex compagno di squadra Mannini, che gli verrà poi tolta il 27 luglio dello stesso anno, in tempo per iniziare la più bella delle cavalcate: con undici gol, di cui il più famoso è certamente il tiro a giro in finale playoff contro il Torino, contribuisce infatti al ritorno in serie A delle Rondinelle dopo cinque stagioni.
Il ritiro. La serie A continua a non portare benissimo all’attaccante, che viene gestito piuttosto male: viene infatti impiegato praticamente solo nei minuti finali di gara, e, considerato l’andamento della stagione delle Rondinelle e l’età ormai non più giovanissima (l’attaccante andava per i trentacinque anni), era per lui praticamente impossibile dare il suo contributo. Lascia Brescia da svincolato il 30 giugno del 2011, accasandosi prima al Lugano e infine alla Cremonese, ove l’anno dopo avverrà il ritiro forzato: non supera infatti le visite mediche a causa di una fibrillazione atriale. “Per il momento non so che cosa farò. Mi piacerebbe allenare, restare nel calcio, che per 20 anni è stato la mia vita. Da piccolo sognavo la Nazionale, non ci sono arrivato, ma ho avuto una carriera piena, soddisfacente. Salvo tutto, anche le cose negative, che mi hanno aiutato a crescere. Il momento dell’addio l’avevo immaginato diverso, ma la salute viene prima di tutto”. Con queste parole si chiuderà la carriera da calciatore di Davide Possanzini.
Una nuova vita. La Cremonese gli fa sapere che “per lui le porte saranno sempre aperte”, ma la carriera di re David come allenatore inizia proprio a Brescia, come allenatore degli allievi, per poi essere promosso in Primavera per la prima volta, che lascia però dopo qualche mese, per andare a formare con Roberto de Zerbi a Foggia un duo che negli anni si rivelerà vincente. I due si erano ritrovati dopo sette anni al corso da allenatori di Coverciano, mentre “Roby” nel frattempo allenava il Darfo: i due si vedevano al termine delle lezioni, disegnando le loro idee di un calcio propositivo che però non subito ebbero il tempo di mettere in atto. Le loro due prime esperienze si concludono infatti con due esoneri, prima nella sopracitata Foggia e poi a Palermo; qualcosa inizia a migliorare nel 2017 a Benevento, ma la squadra campana, al primo anno in serie A, retrocede. L’arrivo a Sassuolo nel 2018 è il momento chiave: i due guideranno i neroverdi a sfiorare l’accesso in Conference League, che non riusciranno ad ottenere solo per gli scontri diretti contro la Roma.
Nel giugno del 2021 De Zerbi riceve un’offerta dagli ucraini dello Shakhtar che viene accettata; Possanzini lo segue, arrivando a guidare la loro squadra al Bernabeu di Madrid (stadio che rivela di aver solamente sognato da bambino), ma, con lo scoppio della guerra, sono costretti a riparare in patria. Il finale (o per meglio dire, l’inizio) è storia recente: prima allenatore della Primavera, non con risultati eccellenti a dire il vero (il Brescia è infatti decimo, ma il materiale umano da molte fonti ci è stato descritto come non straordinario) e ora della prima squadra, con l’ingrato compito di dover porre rimedio ad una situazione complicata a dir poco. Pochi però più di lui possono insegnare al meglio il senso di appartenenza alla città di Brescia, soprattutto a giocatori spauriti e talvolta nemmeno esemplari come atteggiamento, e, con un popolo burbero alle spalle ma che non dimentica chi gli ha fatto del bene, il futuro è ancora tutto da scrivere.






















