CELLINO, L’ONORE SPORTIVO DI UNA CITTA’ E L’USCITA A TESTA ALTA

Brescia. Le cose, in casa Brescia, hanno preso una piega diversa, da quando Cellino si è dimesso dalla presidenza, ha sbottato di non riuscire a gestire il club al meglio, meditando di vendere la società. Dal suo punto di vista, lo capisco, è abituato a fare il deus ex machina, ossia apparire sulla scena col suo modo di fare e disfare, senza rendere conto a nessuno, ribaltando ruoli e personaggi come fossero calzini: trovarsi ora a dover rendere conto ad un custode del bene, per ogni operazione, deve essere frustrante.

E quindi, la mossa di dimettersi da presidente, ha ottenuto la contromossa dell’incaricato dal Tribunale: chi vuole comprare il Brescia contatti me e la società per acquisire informazioni per fare la proposta che, tradotto, vuol dire di smetterla di mettere in giro voci all’orecchio di questo o di quello, tutte cose che destabilizzano l’ambiente e che illudono i tifosi, e ufficializzi il proprio interesse. Il resto sono solo chiacchiere per un briciolo di visibilità.

Il fatto è che, avendo forzato la mano, non si è ottenuto il risultato sperato, quello di ammorbidire la pressione di chi controlla il Brescia Calcio, e se non hai le briscole in mano, vuol dire che ce le hanno in mano gli altri, e conviene aspettare la mano buona.

Su un articolo pubblicato in questi giorni da Bresciaingol si spiega che, ma lo immaginavamo, per chiudere un processo, occorrono parecchi anni, vista la lentezza del sistema giudiziario, quindi, cosa ci aspetterebbe? Almeno cinque anni di mediocrità, nella migliore delle ipotesi, quella stessa mediocrità che ci fu rinfacciata da Cellino stesso, dicendoci che ci eravamo ormai assuefatti a questa condizione. Tutto vero, ma ricordo anche di aver visto giocare da noi campioni come Baggio e Guardiola, Hagi, Pirlo, Toni e Hubner, solo per citarne qualcuno. Poi è finito tutto come sappiamo  ma, quegli anni, non ce li toglierà nessuno, resteranno indelebili nella nostra storia e memoria.

Con la gestione Cellino abbiamo visto Donnarumma e Torregrossa, e poi una serie di buoni giocatori di serie B, oltre a molta gente comprata su Wish, quelli che la Gialappa’s Band chiamava fenomeni parastatali. Tonali no, era già in casa tra i giovani. Dopo la serie A persa dopo tre mesi, siamo tornati nell’anonimato, arrivando ai playoff senza vincerli, cambiando più allenatori e dirigenti, che calciatori.

E adesso, cosa ci aspetta? Ce lo stiamo chiedendo tutti, noi bresciadipendenti, e gli scenari sono parecchi.

Potremmo fare alcuni anni di sofferenza, come quelli appena prima Cellino, aspettando un suo auspicato proscioglimento, oppure potrebbe comparire qualche imprenditore interessato non solo al gossip, o un fondo, alle cordate credo poco, altrimenti si potrebbe cercare di puntare a valorizzare dei giovani, ed è un rischio, ma è l’unico modo di creare quelle plusvalenze che servirebbero ad ammorbidire la pressione sugli altri capitali di Cellino.

L’unica cosa che non deve assolutamente accadere è il disimpegno da parte del padrone delle quote, che farebbe finire il Brescia nel baratro per fare un dispetto a chi ne ha disposto il commissariamento.

Già, perché una società di calcio non è come una pizzeria, che la puoi vendere o regalare, cambi l’insegna e il pizzaiolo, e riparti come niente fosse, qui c’è in gioco l’onore sportivo di una città e una provincia, coi relativi tifosi, che attendono ormai da vent’anni un ritorno nel calcio che conta, perché giocatori e dirigenti passano, ma non la devozione alla maglia.

E su questo deve meditare Cellino, se vuole essere ricordato come quello del disastro, o quello che ha saputo fare un passo indietro, seppur doloroso, per salvare dall’oblio quello che lui, pur con i suoi sistemi poco tradizionali, è riuscito a creare, tipo il centro sportivo, gli store, l’ammodernamento dello stadio, la sede in una zona prestigiosa.

Se ha intenzione di uscire, caro Presidente, lo faccia a testa alta…

Ezio Frigerio

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