LO SPUNTO/2: IMPRENDITORI NEL PALLONE

Il calcio italiano sta cambiando, e non in meglio, non vinciamo più le coppe, eccetto la Roma quest’anno con la neonata Conference League e, anche a livello societario, ci sono stati dei cambiamenti recenti, a livello di proprietà. L’Inter è dei cinesi, la Roma di un magnate americano, anche il Milan, è appena passato ad un gruppo americano, segno che, investire nel calcio, non è un modo di buttare soldi dalla finestra. Ve lo immaginate, il consiglio di amministrazione di un fondo importante, che proponesse una cosa del genere: visto che abbiamo oltre un miliardo e mezzo da gettare alle ortiche, perché non ci prendiamo il Milan? Non sapete cosa sia? E’ una squadra di soccer in Italia. Questi ragionano in grande stile, coi numeri, i soldi, e anche i programmi, non sono sprovveduti.

E il Brescia? Qui succede di tutto, e anche il contrario, presi come siamo in un vortice di dirigenti, allenatori, giocatori e direttori sportivi, che vanno e vengono, in una specie di teatrino con gli elastici, con gente che esce dalla porta e rientra dalla finestra, continuamente. In tutto questo caos, manca una componente importante: la risposta degli imprenditori alle sorti del Brescia Calcio.

Dopo l’era Corioni, terminata con una fase in cui eravamo con un piede nella fossa, e l’altro sulla buccia di banana, se vi ricordate, non c’è stato nessuno, da solo o in gruppo, che avesse palesato intenzioni di rilevare le rovine del Brescia, ci fu qualcuno, con che faccia, mi chiedo, disposto a lasciarlo fallire per poi rilevarlo, per non pagare i debiti, naturalmente in serie D: ma è un tifoso questo?

Poi è arrivato San Bonometti, forse preso per la giacca, non saprei dire, ma ha consentito di restare a galla, giusto il tempo perché arrivasse Cellino, e cominciasse a sistemare le cose. C’è da dire che, in quel momento, rilevare la società, e rifondarla completamente, mettendo persone giuste nei posti nevralgici, sarebbe stato davvero arduo, per qualcuno non del mestiere, ma adesso?

Cellino può piacere, oppure no, ma si deve ammettere, come si usa in altri ambiti, che Lui ha fatto anche cose buone: innanzitutto ha dotato la società di una sede decente in un palazzo signorile, ha aperto uno store di fronte, e uno piccolo allo stadio, ha risistemato il Rigamonti, costruito il centro sportivo (anche se quest’ultimo solo di sua proprietà). Che poi gestisca le cose in maniera ossessiva e isterica, è un altro paio di maniche.

In questi giorni è arrivata notizia di due soggetti interessati al Brescia Calcio: un fondo australiano, ed uno americano. Già, e i bresciani? Non sarebbe ora che, ci sono le strutture, una parvenza di organizzazione, di mettere soldi e brescianità sul piatto, e mettere in rampa di lancio la squadra, oltre a tutto con l’ambiente finalmente compatto, se dovessero comparire personaggi con abbastanza attributi da voler essere in vetrina in un progetto ambizioso? Perché uno o più soggetti non sentono la voglia di mettersi in gioco e rilanciare l’immagine di una città e una provincia ai vertici nazionali per imprenditoria ed economia? Questi soggetti si ritrovano periodicamente alle riunioni degli industriali locali per discutere le strategie di mercato, per dialogare con le istituzioni, ma non intendono mettere il fiore all’occhiello alla Brescia che produce e si impone in tanti contesti, anche internazionali.

Di cosa hanno paura? Di fare la storia? Di rimetterci i capitali? Se non hanno paura di farlo dei fondi che arrivano dall’altra parte del Pianeta, vuol dire che ci sono i margini per avere un ritorno, economico e di immagine. Non saranno tutti dei pazzi…

Ezio Frigerio

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