SE IL CAMBIO TECNICO NON E’ UN RIMEDIO, MA UNA REGOLA

Abbiamo chiesto a Giovanni Armanini, caporedattore di OneFootball, un’analisi sul nuovo ribaltone tecnico in casa Brescia. Orgogliosi di avere una firma così prestigiosa nel nostro quotidiano online, ve la proponiamo aggiungendo che non avremmo potuto scrivere di meglio

Nelle ultime 4 stagioni sulla panchina del Brescia ci sono stati 14 avvicendamenti per un totale di 11 nomi diversi.

Il più gettonato è quello di Diego Lopez che inevitabilmente è sia il più scelto che il più esonerato.

Il cambio di allenatore a stagione in corsa, nella gestione societaria del Brescia non è un rimedio ma una regola.

I numeri dicono che l’esonero è parte dei metodi che la proprietà considera funzionali a raggiungere gli obiettivi prefissati.

In altre parole: chi decide lo fa con la convinzione che la continuità tecnico tattica non sia un valore di riferimento.

Resistenza al cambiamento e capacità dei reazione (di calciatori e dirigenti) sono i principali elementi di valutazione, scelta e merito.

Alla luce di queste premesse non si può parlare di mancanza di pianificazione.

Quando si cambiano dai 2 ai 4 allenatori all’anno si deve capire che si è di fronte ad un forma diversa di programmazione. Di corto respiro, ma non per questo meno sistematica e quindi prevedibile e pianificabile in quanto tale. Addirittura coerente, se si vuol scomodare la coerenza come concetto.

Massimo Cellino non fa mai proclami sui progetti. Non crede nella continuità tecnica e le sue azioni non ne fanno mistero. Sa in partenza che, per un motivo o per l’altro, i tempi della sua convivenza con un allenatore non possono superare i 6-9 mesi.


Le eccezioni sono più congiunturali che altro.

La probabilità di un allenatore ad essere confermato durante l’estate è inversamente proporzionale al tempo intercorso fra la sua chiamata e la fine della stagione. E pressoché indipendente dalla media punti.


A Eugenio Corini il campionato vinto quasi non bastò per poter guidare la squadra in Serie A. Infatti venne esonerato, richiamato e riesonerato, nonostante una stagione decisa da vicende solo marginalmente riconducibili alle sue scelte specifiche.

L’esonero di Filippo Inzaghi va analizzato nell’ottica descritta fin qui. Inutile parlare di formazioni, moduli, scelte o compromessi.

In un club in cui l’esonero è routine stagionale consolidata ogni contesto specifico è puro corollario.

Il tifoso, in questo quadro, può solo accettare e regolarsi di consetuenza. Deve vivere la sua passione settimanalmente, di partita in partita, evitando di filosofeggiare su ciò che oggi vale e domani verrà prevedibilmente smontato.

Non essendo il Brescia una squadra che lotta per i titoli maggiori, va chiesto agli interpreti in campo di onorarne la maglia con risultati rotondi e convincenti.

Dal canto suo la proprietà andrà giudicata su un solo obiettivo: quello di lasciare, un giorno, alla città, un club che sia sportivamente o finanziariamente (meglio se entrambi) più in salute di come venne ereditato.


Il compito di Massimo Cellino, che arrivò nell’estate 2017 con la squadra costantemente a rischio retrocessione, e che dopo averla portata in A la vede veleggiare nei piani alti della B, è quindi ampiamente alla portata anche perché realizzabile a prescindere dalla categoria. 

Ad oggi il tifoso del Brescia ha una garanzia su tutte: la Serie A può cambiare le prospettive al Cellino imprenditore molto più di quanto non lo possa fare al tifoso della squadra che vanta il record di partecipazioni ai campionati di Serie B.

Le scelte, per quanto possano apparire irrazionali, hanno un quadro di riferimento chiaro.

Possono essere difficili da digerire ma hanno una loro coerenza di lungo periodo che è impossibile non riconoscere. Se saranno vincenti lo potrà dire solo il campo.

condividi news

ultime news