ORRICO: “LASCIAI BRESCIA PER UN CROLLO DI NERVI. LA MIA GABBIA NON FU CAPITA”

Allenatore per 300 giorni nel 1984-85 in C1: “Baribbi assecondava tutti i miei capricci. Vengo ancora ricordato con affetto, forse per un Brescia-Parma con oltre 17mila spettatori”

Brescia. Spiacere è il suo piacere, lui ama essere odiato. Quando ti trovi di fronte Corrado Orrico viene naturale ripensare ai versi di una canzone di Guccini: “Cyrano”. E come il Maestrone di Pavana, l’ormai 81 anni di Volpara (i due sono coetanei) non ha perso il gusto del “non perdono e tocco”. In città questa mattina per rendere omaggio al bel libro scritto dal professor Silvio Basso “C’era un ragazzo che come me amava Orrico e i Rolling Stones; i 300 giorni che fecero riavvicinare i tifosi al calcio Brescia” (vedi foto in evidenza), nel quale l’ex cronista di Bresciaoggi racconta cosa significava essere al campo ogni giorno per raccontare le gesta delle rondinelle e in particolare quella stagione 1984-85, Orrico ha dato vita a un vero e proprio show. A stimolare l’autore del libro e il sempre sagace e tagliente allenatore toscano anche il giornalista Vincenzo Cito (ex Gazzetta dello Sport e Bresciaoggi e ora collaboratore de Il Giornale di Brescia).

Perchè questo libro. Silvio Basso ha aperto la conferenza raccontando come e perchè ha deciso di scrivere questo libro: “Una sera guardo una trasmissione su una tournè dei Rolling Stones in Sudamerica e mi viene in mente la canzone di Gianni Morandi “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Ho fatto subito l’assonanza al posto dei Beatles, che a me non sono mai piaciuti, e ho scoperto che con Orrico, veniva bene. Ci sono affinità tra i giocatori di quel Brescia e i giocatori. Orrico è Keith Richards, Aliboni Mick Jegger con quella sua maschera che dice tutto. Mossini, che andava su e giù per la fascia, il batterista Charlie Watts e Chiodini l’altro batterista per i suoi duelli ad alta quota. Avrei voluto mettere Ascagni come chitarrista Ronnie Wood, ma arrivò un anno dopo con Pasinato e fa parte di un’altra storia. L’altro Mick Jagger poteva essere Zoratto, stessi lineamenti. Da qui nasce il parallelismo”. 

Basso racconta il suo ruolo di cronista sempre al seguito della squadra: “Ho avuto la fortuna di seguirla da quando è nata con Orrico fino a quando è tornata in serie B con Pasinato. Esperienza che augurerei a tutti. Orrico era un finto burbero. La prima volta che ci vedemmo mi insaccò di parole. Me ne stavo andando. Mi disse: “Oh bischero dove vai?”. Da quel giorno ci fu per me un rapporto privilegiato, ci tengo a dirlo, fu un onoree per questo ho scritto il libro. Ho arlato dei 300 giorni a Brescia del Sor Corrado. Compresa ovviamente quella mattina quando, dopo aver fatto la solita sauna e un giro di pista allo stadio, se ne andò senza dire nulla a nessuno. Aveva dato le dimissioni”. 

“Un giorno – continua a ricordare Basso – disse a Baribbi: se non mi porta quattro gomme anti-neve non scendo dalla casa di Sale Marasino. Se Dio fosse Orrico avrebbe già dato le dimissioni perchè Orrico vuole solo il bello: innovazione, gioco e ovviamente risultati. Al padre eterno uomo, donna e animali non sono usciti bene, ma siccome è buono di Orrico non ha dato le dimissioni”.

Orrico inizia a inserirsi: “Ma che ho fatto 500 metri per una lezione di catechismo?”. Il tecnico di Volpara chiede come mai non sono presenti personaggi come Dino Maggi, Franco Baribbi, Gino Cavagnini, che non sono più tra noi. Dissacrante come suo solito, Orrico borbotta: “Come? Sono tutti morti? Mi avete invitato a un funerale?”.

Innovatore. Aliboni, presente in sala, sostiene: “Sono stato un precursore: giocavo già portiere e libero”. Orrico ribatte: “Vero solo in parte come tutto quello che dice Aliboni… Era una caratteristica che io chiedevo ai portieri, stare alti per recuperare palloni persi dai difensori”. A Brescia divenne famosa la gabbia dietro la Curva Nord: “Presi spunto dai gabbioni di Livorno – dice Orrico – dove c’è l’abitudine di giocare per non disturbare i bagnanti sulla spiaggia. Non fu capita, anzi considerata da qualche sapientone solo per giocare partitelle goliardiche. In realtà serviva per contrapporre settori da 3 contro 3. La palla non usciva mai, il difensore imparava anche a fare l’attaccante e viceversa. Era una miscela di esercizi. La parte rigida dei due metri a muro serviva per fare esercitazioni tecniche di varia natura. Il significato atletico della gabbia è che non c’è recupero. Oltre i 10’ non si poteva andare altrimenti i giocatori andavano in asfissia. Uno strumento mal capito, ma utilissimo”. 

La famosa “Gabbia di Orrico” dietro la Curva Nord al Rigamonti e in seguito abbattuta

Vincenzo Cito mette l’accento sul ruolo del giornalista Basso, come pochi ne sono rimasti anche per via delle società che cercano di chiudersi sempre più verso l’esterno: “Silvio si conquistò la fiducia di Orrico con una presenza costante al campo. Era un cronista vero”.  Basso: “Orrico mi diede la notizia che ci sarebbe stata un’amichevole al Rigamonti contro l’Udinese di Zico. Non volevamo pubblicarmela da tanto era clamoroso”. 

Pochi mesi, ma intensi. Orrico: “Rimane meraviglioso e incomprensibile che nonostante sia rimasto solo 300 giorni a Brescia io sia ancora così ben voluto. Si ved che ho lasciato qualcosa. Ma ho lasciato anche la squadra (ride amaro, ndr)… E’ un rammarico grosso, ebbi un crollo nervoso. Le cose non andavano bene o comunque non come volevo io, ma era una squadra forte come ha dimostrato poi con Pasinato: lui fu bravissimo a rispettare quello che di buono c’era, mettendoci anche del suo. Mi telefonava, si informava per avere spiegazioni. Aveva una serenità che io non avevo, diede forza a giocatori che avevo scelto io l’anno prima. Il mio lavoro c’era e non poteva negarlo, fu eccessivamente umile. Aveva meriti ed era giusto se li prendesse. Avevo portato quella squadra fuori misura, non riuscivo più a domarla”. 

Basso svela: “Impose anche a me la dieta della mela. La feci per una settimana, ma stavo svenendo abituato alle pizze margherite che mangiavo anche sette in una sera. Mancava solo che pesasse me dopo i giocatori. Ora posso dire che il professor Mannoni, il medico di allora, era il mio confidente”. Orrico sorride a distanza di tanti anni: “Ah bene, eravate un’associazione di stampo mafioso, ecco dove uscivano le notizie”. 

Sono intervenuti anche Salvioni (primo da sinistra), Pellizzaro e Aliboni (ultimi due sulla destra)

Il ricordo più bello. Nel primo c’è la lavagna con i paganti di un Brescia-Parma di quell’anno: 17.149 paganti più 1.480 abbonati! “In molti campi facemmo il pieno – sostiene Orrico -. Si guardava un po’ più in là, il lavoro quotidiano si faceva dentro un progetto, non si tirava a campare. Me ne andai dopo uno 0-0 con la Carrarese, ma fu un errore mio. Non imputo quell’addio a qualcuno o qualcosa”. Ci fu anche un battibecco sui giornali con l’allora presidente del Brescia Gino Corioni: “Dissi che andavamo contro i cugini di campagna perchè aveva fatto dichiarazioni brutte sul Brescia”.

Idee e tempi che cambiano. Orrico parla del fuorigioco che per lui, zonaiolo convinto, era un religione e regala una battuta delle sue: “Il fuorigioco fatto male è come mandare le mogli fuori di notte. Fatelo pure, ma rischiate molto. Le mie idee erano: disciplina assoluta, quasi militare. Dicevo: “Portiamo la disciplina al 9 per avere il 6”. A volte ora i dirigenti o presidenti agiscono in termini consolatori verso i giocatori creano un circuito sbagliato: giocatori protetti dal presidente. Baribbi era un presidente fantastico, persino imbarazzante, avallava anche i miei capricci. Era inattaccabile. Dalle altre parti trovai invece sempre la commediola del dirigente che voleva inserirsi sul lavoro, che per me era sacro”. Con Orrico c’era poi sempre la temuta prova della bilancia: “Era un fermo, un ostacolo a gozzovigliare la sera. Anche perchè dopo il gozzovigliare c’è sempre un finale incandescente. Poi qualcuno andava a mangiare pane e mortadella, ma è appunto il 6 dopo aver preteso il 9. Anche il più bravo allenatore viene ingannato, è come pagare le tasse: c’è comunque chi non le paga, ma bisogna far sì che togliendo la tara il resto sia comunque sufficiente”. 

Il giornalista Gino Cavagnini un giorno fece pressione per far prendere a Baribbi un giovane De Napoli: “Avevamo già preso Zoratto, allora gli dissi: chiamate Sacchi ad allenare. Ero arrogante. Baribbi voleva Della Monica: gli dissi di prenderlo e metterlo a palleggiare in giardino se lo voleva così tanto. Un giorno, in un cantina della franciacorta, vidi il nome di un bollicine con nome straniero e feci uno scherzo a Baribbi parlandogliene come di un giocatore forte: si informò su chi fosse… Aveva attorno un cerchio magico di 3-4 direttori sportivi e procuratori che gli portavano giocatori spillando soldi. Io lo feci con criterio, facendolo risparmiare e inimicandomi certa gente. Baribbi finì male con le sue aziende per il troppo amore che mise nel calcio. Un giorno in Piazza Vittoria c’era uno sciopero con bandiere rosse. Mi presentai con l’Eskimo ed entrai da Fasoli, che era il nostro vice presidente, tutto camuffato: “Prese due o tre orologi e misi in conto a Baribbi dopo essermi fatto riconoscere. Baribbi era un fratello per me. Andavo al suo stabilimento dei camion antincendio a fare il pieno di gasolio. A carte mi faceva vincere oppure io raddoppiavo fin che non vincevo”. 

Balotelli. Orrico ha parlato anche dell’ex rondinella: “Ha detto bene Mourinho: gli mancano i neuroni. L’ha detto anni fa ed è sempre valido. Chissà cosa pensa, cosa lo muove. Lui sarebbe stato il centravanti ideale per questa Nazionale. Avesse avuto la testa di Immobile e Belotti, che a me non piacciono, ma almeno hanno l’umiltà. Danno tutto quello che hanno”. 

Infine un ricordo di Gianni Brera: “Un giorno mi invitò a pranzo in un paese fuori Milano dove si mangiava benissimo. Lui si portò il vino grignolino, imparai a portarmi il vino in macchina, che non sai mai quello che trovi in un ristorante. Mi disse: “Orrico, non so se lei è intelligente o fa finta di esserlo. Le dico solo che con i giocatori non occorre farlo od esserlo. Non perda tempo a parlare di Schophenauer o robe così. Quindi entravo in spogliatoio e dicevo: “Qui siete tutti liberi, di fare quello che voglio io”. 

Al tavolo dei relatori anche il giornalista Vincenzo Cito

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