CELLINO: “LA MIA E’ UNA GESTIONE SENZA DEBITI MENTRE CI SONO SQUADRE CHE NON ANDREBBERO ISCRITTE”

“Non credo ai magnati che vengono dall’estero, faccio calcio da 30 anni e agli imprenditori dico che si può guadagnare. Basta saperlo fare e non pensarlo solo come un hobby. Siamo società per azioni”

Brescia. Alla presentazione dell’accordo con Banca Intesa Sanpaolo, il presidente del Brescia Massimo Cellino ha toccato diversi temi. Un’intervista tutta da gustare, come non succedeva da tempo.

Presidente che sensazioni le dà questo accordo?

“Devo essere sincero: dopo la chiusura del rapporto con Ubi temevo che non ci sarebbe stato un futuro con il nuovo marchio. Ero orgoglioso di quello sponsor perchè ha sempre sostenuto il Brescia calcio. Con piacevole stupore, perchè oggi i sentimenti sono trascurati nel lavoro e nelle conoscenze, abbiamo invece appreso che Banca Intesa ha deciso di proseguire e anzi di rafforzare il rapporto (di un anno, ndr) per aiutarci a curare il nostro settore giovanile”.

Il marchio quindi sarà quindi solo sulla maglia del settore giovanile?

“Sì perchè il messaggio è questo. E’ stata premiata la nostra politica del voler lavorare con i ragazzi. Penso che sia un modo per dare un segnale forte. Il calcio deve essere visto come un’industria, raccogliendo innanzi tutto la materia prima. A Brescia il tessuto industriale è folto e di prima qualità. Facciamo una politica che forse qualcuno si è dimenticato: ci sono settori giovanili con giocatori che per il 75% provengono dall’estero. Noi abbiamo fatto una scelta opposta cercando di puntare solo su giocatori bresciani. Non abbiamo infatti costruito alcuna foresteria perchè non serve che vengano ospitati giocatori che arrivano da fuori eppure non abbiamo problemi di organico”.

Con questo progetto lei ha definitivamente scelto di radicarsi al territorio?

“Era una via naturale. Io sono un industriale e in un’industria ci sono fattori fondamentali: la materia prima in loco e il prodotto finito. Se ci sono questi due fattori la ricetta è vincente. Basta lavorare seriamente. Se lo sport non è etico, se facciamo i furbetti fuori dal campo allora non otterremo risultati in campo. Non si può continuare a cercare magnati dall’estero che prendono le società di calcio. Brescia ha la possibilità di sostenersi da sola. Quando ti concentri a formare un giocatore i risultati arrivano. Certo ci vogliono anche gli allenatori che li facciano giocare, dato che troppo spesso puntano su giocatori più esperti (in platea Inzaghi sorride, ndr). Oggi il calcio più sano è crescere i giocatori e tenerli. Se non fossimo retrocessi non avrei venduto Tonali. Andare in serie A e comprare 15 stranieri perchè costano meno degli italiani non ha senso”.

C’è stato un momento in cui si è sentito lontano da Brescia e i bresciani?

“Io sono permaloso. Sono sardo di origini piemontesi. Voglio che mi dicano bravo anche quando non lo sono perchè sono il primo a flagellarmi se sbaglio e non dormo la notte. Abbiamo passato due anni brutti: si parla tanto di Bergamo, ma per il Covid io ero a Brescia e sentivo sirene mattina e sera; qui non avevamo il coraggio di guardare la televisione. Siamo stati due mesi senza giocatori, stavamo retrocedendo, mi hanno criticato e mi sentivo l’unico al timone della barca con anche Ubi che se n’era andata e sembrava avesse fatto tutto di nascosto con Banca Intesa. Sono quelli momenti di grande solitudine, ma io sono un imprenditore e devo creare utile a fine anno. Non ci sono solo i risultati, ma anche valori come etica, affetto. Per questo Banca Intesa, che è una banca molto attenta, con noi è andata sul settore giovanile perchè ci sono valori che prevalgono anche sui risultati. Io sono una persona contro corruzione, angherie e situazioni strane”.

Come vede il calcio in Italia con tutte queste proprietà estere che sembrano l’unica ancora di salvataggio, lei che con Berlusconi è rimasto l’unico della vecchia guardia?

“Ci sono società che vengono iscritte ai campionati senza averne le caratteristiche, ma non gli fanno un favore: così le mandano allo sfacelo. Io oggi faccio calcio da presidente preoccupato perchè pago tutti i miei debiti mentre altri non lo fanno. Spero che tutti lo apprezzino. Ci sono presidenti che durano una notte, io a Brescia da ospite riconosco i valori di questa città e faccio tutto quello che posso. Berlusconi rispetto a me ha fatto fare il presidente anche ad altri avendo un po’ di respiro, io sono 31 anni che lo faccio ininterrottamente e allo stesso tempo sono un amministratore delegato. Ogni giorno mi accorgo che devo ancora imparare tanto, mi spiace invecchiare dato che ho ancora tante idee. Agli imprenditori che non vogliono avvicinarsi al calcio dico che devono prima conoscerlo per capire meglio il sistema. Oggi siamo società per azioni, aziende calcio. Non siamo miliardari che possono togliersi lo sfizio. Chiunque, se non adempie gli impegni e non ha utile a fine anno, dura al massimo cinque anni. E’ come un allenatore che va in campo e perde la partita. Io sono un presidente operativo, non sono uno che fa finta di essere ricco come altro. Anch’io vorrei prendere i più forti giocatori al mondo, ma poi falliscono le società. Oppure arrivano personaggi che dicono di avere soldi che non si sa da dove arrivino. Anche voi giornalisti dovreste indagare su queste cose per salvare il calcio”.

Non crede quindi a tutti questi stranieri che investono nel calcio?

“Di straniero cos’hanno? Forse l’accento. Stiamo attenti. Qui si gioca con la vita e la passione dei tifosi. Anche se qualcuno non lo considera tale, il lavoro nel calcio è un lavoro a tutti gli effetti. E io questo faccio”.

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