Quasi millecinquecento chilometri in poco più di 24 ore: tutto quanto ruota attorno a una “semplice” partita di calcio
Ascoli. Quasi millecinquecentochilometri in due giorni. Si, scritto così, tutto attaccato: millecinquecentochilometri. Brescia-Ascoli andata e ritorno. Prendi il bottino e scappa. Con tre olive ascolane fritte nel sacchettino, con un nuovo passo in avanti, da grande squadra, che segna come nessuno ancora, che ritrova il secondo posto, che mette il primo nel mirino. E’ più bello seguire il Brescia quando la squadra è questa soprattutto nella trasferta più impegnativa al pari di Terni: niente aerei, orari dei treni improponibili, solo auto.


Pronti, partenza, via. Si parte con il buio: ore 6.30 dal centro di Brescia. Bisogna calcolare almeno 5 ore. Più i break. Ritorna alla mente una delle frasi celebri di Marrakech Express: “Poche soste per pisciare. Cerchiamo di ingerire solidi e liquidi così poi evacuiamo all’unisono, cioè ansamble”. Il mio compagno di viaggio è una persona deliziosa. Ci si trova alla perfezione su cosa e come farlo. E poi è un autista fantastico. Tirata unica o quasi. Caffettino con brioche a Monte Marciano dove troviamo un tifoso del Brescia, anche lui in pausa nel lungo viaggio. Uno dei 61 eroici presenti al Del Duca. Solo che lui questa trasferta l’ha fatta da solo. Si chiama Fabio. “Dovevamo essere in tre o quattro, i miei amici si sono tirati indietro all’ultimo per altri impegni, a quel punto ho deciso di venire da solo”. Complimenti, gnaro. Arriviamo ad Ascoli a 11.30.


Pranzetto e subito in diretta. Ci sistemiamo nell’albergo che ci ospiterà per la notte, e per avere un appoggio nel quale lavorare proponendo gli articoli e i video per Bresciaingol.com, ed è già tempo di andare verso il Del Duca. Bandiere, tifosi entusiasti, fibrillazione per una partita che viene considerata una prova della verità. L’Ascoli è secondo a sorpresa, ma vuole restarci. Gli anni ‘80-90 di Costantino Rozzi e Carlo Mazzone sono ancora nella memoria di molti e chi non li ha vissuti vorrebbe viverne di simile. Ci raccontano che la filosofia rozziana si tramanda di padre in figlio, di come quell’uomo fosse un totem non solo per quanto faceva nel calcio, ma pure nel sociale. Ascoli lo adorava e lo celebra ancora a distanza di 27 anni dalla morte. La gente tende sempre ad indossare qualcosa di rosso, come le sue celebri calze portafortuna. La parola serie A comincia a (ri)circolare ad Ascoli. E la sentiamo nel barettino vicino allo stadio dove ci rifocilliamo con un panino alla porchetta, che scopriamo essere un must del pre o dopo partita da queste parti. Ci sono tante donne tifose. Parlano di calcio con passione, cognizione di causa e, ovviamente, grande tifo per il “Picchio”.


Al lavoro. La diretta Facebook fuori dallo stadio è da seduti, come già a Frosinone il lunedi prima. Solo che stavolta non c’è l’amico Roberto. Ci guardano come dei marziani. Un piccolo tifoso bianconero chiede al papà: “Perchè quello lì parla al telefono seduto sul marciapiede?”. La partita è il solito giro sulla giostra per chi segue il Brescia. Dal male-male al bene-bene. Di nuovo in albergo. Si scrive, si analizza. Di fronte all’hotel un ristorante-pizzeria gremito, ma molto accogliente. E’ “Mister Ok”: il fritto ascolano è un piatto imprescindibile. Mozzarelline, verdure e ovviamente le mitiche olive. Ne mettiamo da parte tre. Per gustarcela con calma. Tre come i gol segnati dagli uomini di Inzaghi. Tre come i punti conquistati al “Del Duca” dove in 21 precedenti tra A e B si era vinto solo una volta. Tre come le vittorie in trasferta su quattro partite già giocate lontano dal Rigamonti nelle prime sei giornate di campionato.


Si viene e si va. Qualche ora di sonno. Poche. Il lungo rientro. E chissà perchè quando si torna la strada sembra sempre più lunga… Anche se con i tre punti in saccoccia ha un sapore dolce. Il tempo cambia all’improvviso: i 30 gradi del giorno prima nelle Marche si sono dimezzati. Piove a dirotto. Si va a Milano. Doppia telecronaca tra Sky e Sportitalia: Mantova-Piacenza e Athletico Paranense-Gremio. Dal giorno alla notte. Ma è più divertente la C italiana a volte che il Brasilerao. Dalla battaglia nel fango del “Martelli” al match di Curitiba con ritmi bassi ed errori difensivi che al confronto quelli che vediamo in Italia sono anche giustificabili. E’ il nostro lavoro zingaresco. Che ci porta oggi qua e domani là. Che ci fa passare da un articolo a una diretta, da una telecronaca a un’intervista. Fino al giorno dopo. E a quello dopo ancora.



























